Cibo
La farsa dell’essere. Relegata alle complicazioni inodori del pensiero astratto. Sciupata dai germogli di una filosofia spicciola, abusata nella ricerca di un alibi per la vita indolore.
Sono anni che fingo di confessarmi; a me stessa, al mondo, a ciò che amo. Giunta ormai alla considerazione che ogni tentativo di descrivermi rientri inevitabilmente in quella finzione, mi accingo alla semplicità.
Ho troppi anni ormai per farmi del male. Sono troppo giovane, invece, per lasciarmi uccidere dalla vita.
Si tentenna. Si respira l’aria di questa giostra, di per sé pura, ma la nausea è dentro. Accettarla, muoversi in sincrono col proprio stomaco ostile, respirarsi. Avere ancora il coraggio di inglobare l’alito del mondo, la sua pulsante indifferenza, accogliere il taglio di petto e lasciare che la ferita rida.
Il passato è un prisma, privo di durezza, fatto solo di luce. Ciò che penetra deve distruggere: quel che lasciamo entrare, prende spazio a discapito di ciò che esisteva. Quod me destruit, me nutrit. Accettare, per poi cambiare ancora e ancora e ancora, farsi diffrazione, taglio a nostra volta, moltiplicare finanche l’amore quando ci sembra che tutto sia asciutto, lontano, morto. Il paradosso che non posso smettere di accettare.
Essere costantemente abitate.
Il cervello, privo di ogni qualità domestica eppure dotato di un insensato desiderio di accogliere la molteplicità, si prende tutto. Niente mi sfugge, niente mi uccide. Resto a contemplare le braccia che si fanno robuste, le mani che divengono pugni, i muscoli delle gambe che crescono. In questo inspessimento del corpo, la vita lascia fluire gli altri che vengono ad affollare le mie stanze. La stanza della testa, la stanza della pancia, la stanza frenetica del cuore.
Paura che la pelle si faccia corazza. Paura che gli occhi formino gabbie, che i pugni comincino a colpire con crudeltà – paura che lo spettro della solitudine si faccia strada in quella consistenza nuova che vado assumendo. NO, mi dico, è solo l’onestà che ti spinge a mettere sul piatto le tue paure. Ci sono persone al mondo che si perdono nel guardarsi dentro. Io sono da sempre persa fuori di me, ma gioiosamente, nella gioia del mio essere umana. Nemmeno stavolta. Non mi basterò mai. Non sarò mai così presuntuosa da bastarmi. Ma resto salda, ancorata alle mie contraddizioni tutte da disfare. Un giorno di sole basta a dissipare il primo strato, poi si farà il resto. Il come, è una storia ancora tutta da raccontare.
Stavolta andrà bene
“Stavolta andrà bene”.
Era troppo giovane, si disse, per rinunciare alla seduzione di una sfida incosciente gettata sul proprio amaro destino.
Seduta nella sala d’attesa, paonazza in viso, con la mano che ghermiva come un ramo secco la mandibola deviata in una smorfia grottesca, si accorse che il dolore alla radice del molare si stava propagando inesorabilmente. Persino la palpebra destra veniva trascinata nelle diramazioni dei suoi nervi. Era come se la sua bocca stesse tentando di ingoiarla.
Doveva ammazzare quel dente, aveva sentenziato il dottore; ma quando la mano di lattice sollevò la siringa e fece luccicare l’ago sotto le luci artificiali, la ragazza proruppe in uno strillo acuto e svenne ridicola con la testa reclinata sul buffo bavaglino di carta, trattenuto dal collo da pellicano del maglione d’angora.
Quella sera, al quinto tentativo di praticarle un’anestesia, si era detta che sarebbe rimasta orgogliosamente cosciente e avrebbe accolto, a cose fatte, i complimenti paterni e asciutti di quello strano dentista dai capelli rossi. Si sarebbe sentita di nuovo una bambina coccolata da adulazioni dolciastre e avrebbe posto fine allo strazio di quel minuscolo focolaio di dolore che le esplodeva dietro le labbra. La sua bocca, piccola e rosea al centro di un viso bianco e liscio, nascondeva un cantiere di vendetta del suo corpo contro di lei e contro lo strano disgusto cui l’aveva condannata, un sapore amaro che piegava i suoi sensi ad una tortura meticolosa.
Era cominciata con un grigiore che interrompeva sinistro, sullo sfondo all’angolo della bocca, la luce piatta del sorriso, poi era esploso tutto una mattina di Dicembre, mentre seguiva con passi rigidi il motivo sbiadito di un marciapiede in periferia. Quel giovane basso, smagrito, le andava di nuovo incontro barcollando e biascicando le parole di una canzone dei Buzzcocks con accento romanesco. Era ormai talmente abituata a quegli approcci privi di qualunque mira anche vagamente sessuale, che ormai considerava gli incontri mattutini con quella figura evanescente come l’ingresso di un meteorite nella sua atmosfera nebulosa. Quando gli occhi cerchiati di viola del ragazzo incontrarono i suoi – li aveva mai visti prima? – ebbe la sensazione che qualcosa fosse penetrato nella sua bocca e stesse tirando le corde del suo dolore più nascosto, rendendogli finalmente una forma tangibile. Mentre le labbra secche di lui sondavano come rastrelli la pelle nuda del polso, lei rimase incredula, ferma, a chiedersi cosa fosse quella visita inaspettata. La pressione all’angolo dell’occhio si fece insostenibile, finché una lacrima non colò sulla tumescenza paonazza della guancia. Aveva smesso di respirare.
Quando tutto tornò ad esistere, pochi minuti dopo, lui le stava accarezzando l’avambraccio, sotto il cappotto di panno scuro. Eccolo, il disgusto, potente come un conato di vomito, invaderle ancora una volta la bocca, incurante della guerra che si scatenava al suo interno. Sembrava giungere dagli angoli più remoti della città e darsi appuntamento dietro le finestre strette degli incisivi, nel luogo privato da cui ormai avevano origine ben poche parole. Il giovane rovinò su un cassonetto poco distante, sogghignando folle, avvezzo a quel tipo di spinta decisa, quasi convinto di muoversi ormai solo per l’inerzia di quella repulsione che usciva dal corpo degli altri per farlo volare.
Quando la receptionist pronunciò il suo cognome, lei stava ripensando all’ultimo incontro con quell’uomo ridotto a un manichino e pregava di non doverne sperimentare altri. Sgobbava tutto il giorno per potersi permettere delle scarpe che sembrassero nuove non appena il paio che indossava si fosse minimamente usurato. Aveva capelli puliti e sottili come quelli di una bambina, che teneva ben tesi dietro le orecchie, e orecchini di perle come denti sbiancati sempre bene in evidenza. Non aveva mai baciato nessuno. Ogni volta che le labbra di qualcuno le si avvicinavano, ecco salire un disgusto nuovo, sempre diverso dal precedente, come una melodia complessa di cui lei sembrava cogliere ogni sfumatura.
Si alzò decisa, era proprio sicura di farcela. Il dentista sorrise sardonico dietro la mascherina verde, per poi spegnersi imbarazzato quando notò l’espressione fiera di lei. Quella piccola derisione le parve corroborare il suo senso di sfida. Si sentiva Giovanna d’Arco che sale su un rogo di mepivacaina e in estasi guarda oltre le fiamme, l’eroina che si inarca su un’onda di adrenalina fino al dio dell’insensibilità. Lo stesso dio che pregava ogni giorno perché le concedesse l’anestesia definitiva.
Esiste un paradiso tutto bianco dove non si può essere né madre, né moglie né bambina. Le nuvole non servono perché si cammina su una cappa di foschia bianca, senza pareti, senza sogni da appenderci, senza respiri da strozzare per non appannare il mondo, perché qui è tutto annebbiato ma incredibilmente chiaro. Posso camminare per ore instancabilmente, senza che alcun dettaglio venga a interrompere la mia monotonia, perché dove tutto è luce non c’è alcuna luce violenta, nessuna sensazione potrà distruggermi, nessun clacson suonare nel mio stomaco. Esiste, perché ci sono stata nei miei sogni, gli unici sogni di cui sono capace, a parte gli incubi in cui cado e mi sporco tutta, in cui nuoto in un mare di sangue, fango e saliva. Ecco, mi basta chiudere gli occhi che ci sono già. Non ho paura, non ho paura, non ho…
La vetrata al piano terra, opacizzata da una discreta sabbiatura, rimbombò improvvisamente e sembrò raggiungere lo stadio che precede il punto di rottura. La porta della sala medica era stata spalancata con un calcio violento, mentre in sincrono, l’acuto incontrollabile della receptionist sembrò anch’esso soffiarla via con forza inaudita. Il giovane ansimava poco oltre l’uscio, curvo sulla schiena e straordinariamente pallido in viso. Teneva bene in vista la mano destra, stretta in un pugno serrato; sembrava che la sua forza residua si fosse concentrata in quel colpo in potenza. D’improvviso, lei mise a fuoco l’origine del guizzo di luce che l’aveva colpita nella figura discontinua e disordinata di quel corpo che sembrava composto di pezzi assemblati male. Quel corpo che conosceva solo nell’insieme e che ora sembrava appeso all’oggetto, che si andava delineando sempre più chiaramente.
Una siringa.
Un’altra.
Sporca di sangue, incrostata di strada, variegata di nero, rosso e bruno.
“I soldi, dammi i soldi, coglione”.
Il tono era fermo, deciso, robusto, al punto che sembrava provenire da un’altra persona, quella voce che faceva tremare lo strumentario sterile, sigillato meticolosamente in mille bustine verdi.
Il dottore vibrò, impotente, con la mascherina ancora poggiata sul viso. Per qualche minuto, non mosse neanche. Si limitò ad immaginare stormi di virus che si libravano agguerriti e indisturbati sui flaconi di adesivo, sulle siringhe di composito, sulle scatole di kleenex candidi che svolazzavano sospesi dalle fessure. Una goccia di sudore gli rigò la fronte e colò sull’orlo del camice. Poi, implacabile, una macchia blu notte, apparve sui pantaloni verde acqua… sempre più vasta, come una coscienza concreta che si espanda per la prima volta nel cuore stesso della materia, tangibile, cruda, ansiosa di possedere il mondo.
La receptionist frugava nel cassetto della sua scrivania, singhiozzando. Il fruscìo delle banconote, percorse con dita nervose e tremule, somigliava ad uno sbattere d’ali. Era come se un’enorme massa di energia si preparasse ad esplodere in quel piccolo cielo illuminato dai led, per poi piovere sulle teste impotenti.
Lei, ancora distesa sulla poltrona, osservava impassibile la scena. Era sull’uscio del paradiso, prima che quel teatro crudo, grottesco, irrompesse nel suo campo visivo. Gli occhi fissi sulla siringa sporca, come a sfidarla, si distolsero solo dopo un minuto per posarsi placidamente sui pantaloni bagnati del dentista.
Qualcosa di vivo, umido e bellissimo salì dal fondo dello stomaco fino alla bocca. La cassa toracica fu squassata dapprima silenziosamente, poi con un fragoroso scroscio, da una risata lunghissima e assordante, che si scagliò come una bora calda sull’uomo terrorizzato, per rimbalzare fino alla receptionist dalle unghie smaltate seccando le lacrime sul suo viso.
Il giovane restò nella posizione iniziale. La fissò per la prima volta con uno sguardo vigile. Neanche ora le sembrava bello, quel ragazzo dalle braccia tozze nonostante la magrezza, ma da ora, per il futuro, poteva concedergli di accarezzarle l’avambraccio.
“Se lo è meritato”, pensò infilando placidamente il cappotto e abbottonandolo con calma assoluta.
“Stavolta è andata bene”, si disse sfiorandogli con le dita la mano sinistra abbandonata lungo il fianco e uscendo indisturbata dallo studio dentistico, verso il mondo, per farsi penetrare dalla città.
René Char :: In trentatré frammenti

Ebook gratuito in pdf:http://maldoror.noblogs.org/files/2012/02/ReneChar_In33frammenti.pdf
Una breve e folgorante antologia di frammenti poetici assemblati dallo stesso autore nel 1956.
René Char, uno dei più grandi poeti del Novecento (ex membro del gruppo surrealista parigino ed ex partigiano), rinnova qui la sua ricerca di senso saccheggiando le sue prime raccolte di versi.
La nostra edizione è illustrata da 33 disegni automatici di Donatella Vitiello .
poche parole
La verità è che le figure svaniscono
Nascono solo per svanire.
Negli occhi il fuoco si fa luce
e nella sabbia il tempo serpeggia.
È una mano che si arrocca sul dolore
Fino al cuore della terra.
Quest’inspiegabile ostinazione
Roma – une petite impression

C’erano le stelle sulla mia terrazza. Che dico mia.
Tutto ciò che avevo, in quei mesi, era preso a prestito dal fiume di eventi che mi scorreva intorno.
Avere poco meno di trent’anni a Roma significava per me affittare una vita, un amore, un lavoro e le poche parole di cui ero capace.
Le stelle nuotavano impigliandosi a caso sulle antenne, negli occhi della mia gatta, sulla pianta di limone che era stata in grado di produrre un solo limone, verde, eternamente acerbo, immangiabile ma bello a vedersi perché conteneva e rilanciava tutto lo sforzo della natura. Un vaso di possibilità inespresse, questa ero io nel mio letto azzurro e nel mio eterno autunno dentro le ottobrate d’oro di una città che marciava disordinatamente nella memoria collettiva.
La mattina, nel tentativo di sbrogliare i ricci, fermavo accuratamente le parole non dette fra le maglie del tempo e poi scendevo di corsa le mie dieci rampe di scale; una calata claustrofobica e cieca verso la quotidianità impazzita. Nessuna finestra, nessun compromesso prima dell’apertura definitiva ad una città in fiamme.
Torpignattara non dormiva mai. Sonnecchiava vigile sull’orlo dei marciapiedi crepati dagli alberi, seguendo senza fretta la scia di curry che, sorgendo in mille rivoli dalle finestre al piano terra velate dalla biancheria stesa ad asciugare contro le inferriate, diveniva un fiume unico lungo il mio percorso verso l’altra Roma.
Lo chiamano “Trenino Casilino” ed è un nome buffo. È una piccola scintilla di brace, che vola lenta e crepitante fino al cuore bianco di Termini. Spingevo il corpo nell’angolo più stretto, spesso fra il corrimano e le gambe di una robusta Africana e poi spingevo gli auricolari fin dentro al cervello perché così potevo semplicemente guardare.
La massa dei corpi era unica, ma le braccia e le teste si stagliavano ancora su quella lava umana, allestite per la mitòsi sempre imminente. Di tanto in tanto, qualcosa rompeva quella disposizione nevrotica e crepava la superficie del corpo mostruoso, che vomitava pezzi di sé ad ogni fermata. Mi capitava di riconoscere le stelle della notte precedente in quelle teste: incagliate nel sogno di un Bengalese o negli occhi di una giovane Rumena dai capelli color porpora.
Marie Ponsot, Antiromantica

Io spiego l’ontologia, la matematica, la teofilia,
la logica Simbolica e Aristotelica, dice l’albero.
Dimostro i modi della prospettiva e della proporzione,
chiarisco persino la grigitudine per mezzo dei grigi dei miei grigi dei miei grigi.
Le leggi di gravità, le quattro dimensioni, l’immaginario Saffico,
derivano dalla mia contemplazione,
dice l’albero.
Espongo perfettamente le funzioni della terra e dell’aria:
Cerca, dentro e attraverso i miei rami pieni di foglie, di germogli oppure nudi
poggiàti con le loro gradazioni luminose sull’infinità splendente:
La tua visione ti lega alla totalità dello spazio, attraverso me.
Qui risiede l’estetica, addirittura. Nessuna vista è più prossima al perfettamente chiaro.
Sono il mediato e l’immediato, dice l’albero.
Sono mutevole, squisito, consistente,
Persino utile; sono acuto, tutto ciò è sufficiente.
Non voglio essere un tempio, dice l’albero.
Ma se non ti comporti bene, lo diventerò.
(Traduzione estemporanea del 20 Novembre 2011)
Una lama di luce
Agganciandosi alla coda di un desiderio morente, fu trascinata nella sua stanza, attraverso la porta socchiusa.
Fu allora che sorprese la madre dei sogni a frugare nei cassetti della sua biancheria. Pezzi anonimi, quasi tutti in cotone; qua e là un pizzo lacero e liso a ricordarle un tempo in cui poteva ancora pensare col corpo. Quanto piccolo era, il suo mondo più intimo. Non provò vergogna per quella trascuratezza, per quella vanità dismessa, ingrigita.
Senza mostrare alcuna sorpresa, le chiese se avesse trovato qualcosa di interessante. <Questo specchio>, rispose la donna, puntandole contro l’unico oggetto solido in tutto quell’afflosciarsi disordinato.
niente può annientarci
La bellezza strumentale della lingua
Mi sono tenuta lontana dai singhiozzi convulsi della modernità, cercando di ricostituire l’andamento di un flusso anche nella comunicazione: ebbene essa oggi mi taglia irrimediabilmente fuori. Non esisto al di fuori delle dinamiche diaboliche di un social network, questo di certo non solo per una mia mancanza di impegno nello stabilire rapporti che vadano oltre i limiti sempre più pesanti di certi mezzi. Si tratta pertanto di un fallimento che non mi fa sentire sconfitta, ma più accanita nel cercare con ogni mezzo in mio possesso uno scambio proprio a partire da esso. Bisogna riappropriarsi di una lingua che sia il più possibile aderente al vero, non incollare il vero sulla grande menzogna di un’interfaccia. Questo proprio partendo dalla povertà di questa lingua, che non rassomiglia affatto, come potrebbe sembrare, alla sua ossatura essenziale – se mai lingua ne ha avuta una, ma ha raccolto tutti i significanti in superficie per farne un modo espressivo livellato, che ci dà ancora una volta l’illusione di comprenderci, di parlare lo stesso idioma senza sforzo alcuno né dell’intelletto né del cuore. Bisogna partire da essa e viaggiare verso il suo interno, di-svelarne il vuoto, spolpare l’esiguo numero di parole cui siamo ormai necessariamente legati per comunicare, ritrovare dunque la radice comune che è alla base di ogni relazione umana. Quel vuoto, quello spazio in between che ha la portentosa capacità di unirci o separarci definitivamente. Il compimento dipende solo da noi.








